ARTI E MESTIERI

Le fornaci

Durante il secolo Quindicesimo e Sedicesimo le risorse della Valbrona consistevano nell’agricoltura, nell’allevamento di bovini e, parzialmente nella lavorazione della calce che veniva prodotta a Candalino in località detta “ Montanella”, calce che , parte a soma, parte a traino, veniva portata in Brianza e arrivava fino a Milano ed usata dalla “ Veneranda fabbrica del duomo”.

Le origini delle fornaci Tacchini si possono far risalire ufficialmente al 1878, ma è quasi certo che esistevano già nel precedente secolo.
Oggi le fornaci sono chiuse, ma rimangono un interessante manufatto di archeologia industriale.

I contadini

Un tempo, quando la vita scorreva lontana da tante modernità, quando l’inquinamento non esisteva e nemmeno la tivù , la rustica bellezza della campagna aveva un fascino tutto suo agli occhi dei sciuri che venivano in villeggiatura, meno affascinante però lo era per i contadini.
Allora, la giornata per loro iniziava al canto del gallo e terminva con la prima luce delle stelle.
Cominciava con la cura degli animali e la distribuzione del fieno alle mucche, perchè intorno ad essi ruotavano le fatiche, e le risorse,di tutta la famiglia.
Il fieno per prima cosa, dunque: l’alimento profumato e prezioso Maggengo o Agostano, dai nomi dei mesi in cui veniva falciato con la ranza (la falce).
Di buon mattino, dopo aver governato i vacc (le mucche), i boschiroeu ( i boscaioli) partivano per i monti a gruppetti di 5 o 6 uomini, tagliavano il bosco, diradandolo opportunamente, poi caricavano la legna sulle teleferiche con ganci di legno duro i rampit e la recuperavano a valle.

Gli arrotini

Parecchi valbronesi emigrarono verso la Lombardia, Piemonte ed Emilia per intraprendere l’attività di arrotini ambulanti.
Fra il settecento e l’ottocento alcuni di questi arrotini smisero l ‘attività ambulante ed aprirono botteghini poi diventati importanti negozi di ferramenta. Ovunque passarono, e ove rimasero, questi arrotini della Vabrona lasciarono significativi segni di laboriosità e di intraprendenza commerciale facendo molto onore al loro paese d’ origine.
Dobbiamo arrivare agli anni del boom economico per vedere Valbrona diventare uno dei centri più floridi della Vallassina con le sue industrie e le botteghe artigiane specializzate nella produzione di forbici da vigna, trinciapolli , cacciaviti e molto altro.

I primi forbiciai avevano ideato uno strumento di lavoro molto singolare per la foratura delle forbici: la coscienza!
Era formata da una piastra metallica che si appoggiava sul petto e aveva dei fori nei quali girava un certo perno. Proprio perchè stava sul petto dell’operaio, dove tutti pensano risieda la coscienza, più o meno dalla parte del cuore, ha adottato lo strano appellativo e il 20 novembre del 1970 la coscienza di Valbrona apparve nella trasmissione della RAI nel programma “Cronache italiane”.

Testi liberamente tratti  da “Valbrona la vallata delle sorgenti” – Carlo Lercari – Ed. 1990

L’allevamento del baco da seta
Il baco da seta veniva allevato dalle famiglie contadine, che coltivavano il gelso (Morus) per alimentare l’allevamento.

Le fasi del complesso lavoro dell’allevamento del baco da seta, una specie di farfalla che si nutre esclusivamente di foglie di gelso, iniziavano in genere nella seconda metà di aprile con l’acquisto delle uova che venivano conservate nel tepore domestico in attesa della loro schiusa, che richiedeva una temperatura superiore ai 15°C ed un locale ben arieggiato e tiepido. Per questo il luogo più idoneo era la stalla. Gli odori ammoniacali della stessa erano innocui per le uova, che erano poste in un cestello appeso al soffitto e coperto con tela per proteggerle dagli insetti. Le famiglie contadine abbienti usavano un’incubatrice arieggiata e riscaldata da un lume.
La schiusa avveniva dopo circa 18 giorni ed i “bacolini” grigi, nerastri o striati, venivano posti su graticci, tavole o arelle con il telaio di legno ed il fondo di cannucce, fil di ferro o tavole in legno o in vimini, ed alimentati con foglie di gelso finemente spezzettate. Nei primi giorni, il lavoro si limitava alla raccolta ed alla frantumazione di una congrua quantità di foglie di gelso ben asciutte, fresche e pulite ed alla sostituzione, almeno ogni 48 ore, dei fogli di carta che raccoglievano gli escrementi sopra il piano dei graticci.

Più i bachi crescevano, più aumentava il loro appetito e più si faceva pressante il lavoro per accudirli. eventi imprevisti, quali improvvisi sbalzi di temperatura causati da maltempo e malattie, spesso gravi o mortali, che potevano compromettere il buon esito dell’intero allevamento. Nell’ultimo periodo di sviluppo le larve del baco mangiavano con grande ingordigia; poi intorno al 30° giorno cessavano di alimentarsi e iniziavano un movimento oscillante del capo rivelando che era giunto il momento in cui si apprestavano a filare il bozzolo. A questo punto, la famiglia allestiva il bosco, costituito da rametti di fascina variamente intrecciati, e lo collocava nei granai o in soffitte appositamente oscurate per creare l’ambiente ideale. Realizzato il bosco e deposti i bachi, gli allevatori speravano in un abbondante raccolto. I bachi cominciavano a filare il bozzolo nel quale si avvolgevano, trasformandosi prima in crisalide e poi in farfalla.

Il baco produceva la seta in due ghiandole che sono collocate parallele all’interno del corpo. La seta era costituita da proteine raccolte nelle ghiandole, il baco la estrudeva da due aperture situate ai lati della bocca, i seritteri. La bava sottilissima, a contatto con l’aria si solidificava e, guidata con movimenti ad otto della testa, si disponeva in strati formando un bozzolo di seta grezza, costituito da un singolo filo continuo di seta di lunghezza variabile fra i 300 e i 900 metri.

Per l’utilizzazione della seta era necessario intervenire prima dell’uscita della farfalla dal bozzolo, poiché la secrezione rossastra emessa dall’insetto subito dopo lo sfarfallamento (meconio), avrebbe irrimediabilmente macchiato la seta, facendole perdere alcune sue peculiari caratteristiche come il candore e la lucentezza. Il baco impiegava tre-quattro giorni per preparare il bozzolo formato da circa venti-trenta strati concentrici costituiti da un unico filo ininterrotto, dopodiché si trasformava in crisalide e poi in farfalla.
Se la metamorfosi arrivava a termine e il bruco si trasformava in falena, l’insetto adulto usciva dal bozzolo forandolo, utilizzando un liquido e le zampe, rendendo il filo di seta che lo componeva inutilizzabile. Di conseguenza gli allevatori gettavano i bozzoli in acqua bollente per uccidere l’insetto prima che ciò avvenisse, oppure il bozzolo veniva asciugato in appositi essiccatoi per essere filato successivamente. L’immersione in acqua bollente permetteva il dipanamento del filo di seta sciogliendo parzialmente lo strato proteico di sericina che avvolgeva il filo di seta.

Prima dello sfarfallamento perciò, iniziava l’opera degli allevatori che raccoglievano i candidi bozzoli. I bozzoli venivano venduti a opifici che provvedevano alla filatura; in alternativa, questa attività era svolta in casa: i bozzoli, immersi in acqua bollente in bacinelle, erano liberati a mani nude dalla sericina, che incrostava il filo di seta, che veniva poi districato ed avvolto sugli aspi per formare una matassa.
Alcuni bozzoli venivano risparmiati per consentire la riproduzione del baco.

Se vuoi saperne di più…

testimonianze storiche, bellezze naturali, fauna e flora di questo territorio:

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Le ghiacciaie

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I caselli dell’acqua

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L’antico torchio di Maisano

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