Le Ghiacciaie

Ad Alpe di Monte  si possono ammirare due antiche ghiacciaie in pietra.

La ghiacciaia è un ambiente in cui veniva prodotto e/o immagazzinato il ghiaccio, se vogliamo l’antenata dell’odierno frigorifero, arrivato solo intorno agli anni venti del secolo scorso. Parliamo di costruzioni in parte interrate per i due terzi costituite da una profonda buca di sette, otto metri e da un terzo posizionato sopra il livello del terreno. La forma prende spunto da un imbuto, con un diametro della parte emersa sui cinque, sei metri per restringersi poi, man mano che si scende verso il fondo. Le pareti in sasso, con la porticina come unico accesso incassata tra le stesse preferibilmente posizionata a nord. Dal XVI secolo, in adiacenza delle malghe, venivano costruiti questi “frigoriferi” naturali per la conservazione degli alimenti durante i caldi mesi estivi.
A dicembre l’interno del manufatto veniva riempito di neve che, ben pressata, si trasformava in ghiaccio. La temperatura interna era costantemente molto bassa ed il sole estivo non riusciva a sciogliere la neve, così i cibi ben ricoperti si potevano conservare tutto l’anno, fino alla successiva stagione delle nevi. Il termine tradizionale con il quale venivano designate queste costruzioni era “giàzèra” ovvero ghiacciaia naturale. Per svolgere queste funzioni venivano sfruttati freddo ed acqua, entrambi elementi intensamente presenti nelle regioni di montagna.

Alcune ghiacciaie avevano al loro interno una scala a chiocciola con gradini in sasso sporgenti dalle pareti, mentre in alcuni casi vi era una rudimentale scala in legno, da mettere o togliere a seconda della bisogna. Durante l’inverno veniva stipata di neve che si conservava in alcuni casi, fino ad estate inoltrata, mantenendo all’interno la temperatura che oggi abbiamo nelle nostre celle frigorifere.
Detto così sembra tutto semplice, ma dietro questa costruzione, vi era un attento studio. Innanzitutto la posizione, individuata con precisione osservando i punti dove la neve stessa resisteva più a lungo, vuoi perché in posizione più riparata dal sole, oppure in una zona di per se più gelida.

Essenziale era predisporre un buon fondo sassoso, coperto da fascine di legno, per garantire il drenaggio delle acque di fusione. Questo scolo, all’esterno doveva essere più libero possibile per evitare dannosi accumuli all’interno che avrebbero accelerato lo scioglimento della neve stessa. La materia prima andava scelta con cura, non quella soffice appena caduta, ma quella già impaccata dei giorni e nevicate precedenti. Una volta buttata all’interno della costruzione, veniva a sua volta battuta per renderla ancora più compatta e coperta in seguito da foglie, preferibilmente di faggio, perché non imputridiscono e inoltre creano un effetto isolamento termico. Qui venivano conservati gli alimenti che oggi definiremmo deperibili, mentre allora “i navàn a màa”.

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