I massi erratici

I massi erratici: storia e mistero

Vari sentieri sparsi in tutto il territorio lariano sono caratterizzati dalla presenza di grossi massi, come questo che porta ad Alpe di Monte, dalle caratteristiche del tutto particolari.

Grazie allo studio su questi massi, i primi osservatori (Jean de Charpentier in testa) sono riusciti a stabilire che il paesaggio dell’Europa stessa non solo quello alpino, sia stato interamente plasmato dai ghiacci. Com’era possibile, si chiesero, che in luoghi con rocce di una certa composizione geologica, si trovassero enormi blocchi la cui composizione era totalmente differente?  Escludendo che li avesse trasportati l’acqua, né tanto meno gli uomini, rimaneva comunque il dilemma di quale forza li avesse trasportati fin lì.
Un enigma, un mistero affascinante che si legò all’idea della magia, dell’intervento divino o diabolico, terrifico o propiziatorio, ma comunque soprannaturale.
Innumerevoli sono le leggende fiorite intorno ai “trovanti” che vedono protagonisti: Dio, i Santi, la Madonna o il perfido Lucifero; qualcuno in uno sforzo più razionalistico arrivò a ipotizzare una pioggia di meteoriti da spazi siderali.

Le origini
Nel corso dei secoli i massi erratici furono dunque oggetti di culti di vario tipo; su alcuni si trovano incisioni a forma di coppelle emisferiche, cerchi o spirali, canaletti e simboli vulvari: segni comunque di dubbiosa interpretazione, che suggeriscono una funzione come are sacrificali. Nel XVIII secolo, i primi geologi che giungevano nelle Alpi, erano attratti da questi enormi blocchi di granito, posti in cima a colline o isolati in mezzo a pianure alluvionali.
Li chiamarono blocchi erratici perché non se conosceva la provenienza. Horace-Bénédict de Saussure su questo tema affermava ”Il granito non si forma in terra come i tartufi e non cresce come i pini sulla roccia calcare”.
Molte furono le teorie avanzate per giustificarne la presenza. Jean Étienne Guettard avanzò l’ipotesi nel 1762 che i massi che si trovavano sparsi nelle pianure europee del nord erano tutto quanto restava di antichi monti erosi. Ma rapidamente se ne dimostrò l’origine alpina.
Scoperta l’origine restava da scoprire che cosa li aveva trasportati così lontano dai loro luoghi di provenienza. Nel 1778 Jean-André De Luc avanza una teoria basata su possibili esplosioni che avrebbero proiettato lontano questi massi. De Saussure non aderì ad essa, ritenendola perlomeno fantasiosa “Non vi è alcun esempio di queste esplosioni e i blocchi si dovrebbero polverizzare nel loro impatto al suolo” impatto che, tra l’altro, non lasciava evidenze sotto di essi. De Saussure constatò che i blocchi si trovavano disseminati negli assi delle vallate alpine. Si pensò allora a un possibile trasporto per fiume: le rocce sarebbero state deposte da enormi alluvioni, provocate da straripamenti di laghi o da repentine fusioni di ghiacciai dovute a vulcani o altro. Christian Leopold von Buch ne calcolò persino la forza necessaria per spostarli. Altri supposero un’origine marina: l’innalzamento della catena alpina sarebbe stato così repentino che le acque che vi si trovavano ai piedi, avrebbero trascinato via i blocchi. Altri ancora ritenevano invece responsabile di questi spostamenti, la banchisa o gli iceberg che li avrebbero deposti in antichi mari che sommergevano la regione.
Queste teorie avevano i loro vantaggi e le loro lacune, i loro difensori e i loro detrattori. Nessuno però trovò larghi consensi. Tra i primi a rendersi conto che solo il movimento dei ghiacciai potevano scavare una valle a forma di U (mentre nei casi di valli scavate dai fiumi si parla di valli a V) e lasciare dietro di se tali reperti, fu lo Svizzero Louis Agassiz.

I massi erratici delle nostre zone
Il masso di Alpe di Monte nella foto è stato abbandonato dal passaggio del ghiacciaio dell’Adda (ghiacciaio abduano) che unendosi con quello dello Spluga e della Valchiavenna, nel periodo di massima estensione aveva una lunghezza di 220 km. (dallo Stelvio alle porte di Monza).
La struttura della Linea Insubrica ha condizionato e guidato l’azione dei ghiacciai, che nei periodi glaciali provenivano da nord, cioè dalla Val S. Giacomo-Val Mera e dalla Valtellina (il masso in questione sembra provenire da lì e più precisamente dalla Val Masino o dalla Val Malenco) abbandonato in questa posizione all’inizio dell’epoca post-glaciale, dopo aver a lungo rotolato, o meglio, questo è presumibile visto le forme arrotondate dello stesso. Le colate glaciali si congiungevano in prossimità di Colico, raggiungendo uno spessore di 1300 metri defluivano poi lungo la grande vallata del Paleoadda, bloccata ad est dalla soglia montuosa di Bellagio-Varenna. Giunto in corrispondenza del Monte San Primo il ghiacciaio si divideva in due e mentre il ramo occidentale oltrepassava Como, terminando nella zona di Cantù-Cucciago, la diramazione più a est, superato Lecco con uno spessore ancora di 700/800 metri raggiungeva le località di Paderno e Calusco d’Adda.
È evidente che eventi di tale portata abbiano influenzato notevolmente l’aspetto morfologico del territorio ed alla fine dell’ultima glaciazione würmiana, che ebbe il suo apice circa 20.000 anni fa, l’azione erosiva esercitata dalle masse glaciali aprì il varco in corrispondenza di Bellagio-Varenna facendo deviare il corso dell’Adda, che defluì nel ramo Lecchese del Lario, alterando e modellando nel corso dei millenni l’orografia dell’ambiente circostante e scavando i profondi canyon che ora vediamo. L’Era Quaternaria terminò circa 10.000 anni fa, quando i ghiacci si ritirarono per l’ultima volta, ponendo fine ad un lungo periodo glaciale e lasciando i segni più evidenti nella morfologia del nostro territorio, con le valli e le colline che formano l’anfiteatro morenico che degrada verso la pianura padana, cosparse di massi erratici trasportati dalle lingue glaciali.
Da quel momento l’uomo prese gradualmente possesso delle terre lasciate libere dai ghiacci e del nuovo ambiente che si andava formando, lasciando i segni del suo operare.

Negli articoli scientifici Italiani, come in quelli Francesi, la prima menzione di blocchi o massi erratici è del 1822. Prima di questa data, si parlava di petra quae vocatur otiosa. Le attestazioni scritte di termini diversi e ancora popolari sono del 1839: il Politecnico di Carlo Cattaneo con trovant, l’imponente pietra che si trova là dove non ci si aspetta; per il contadino era l’enigma che si trovava sul suo campo. Soprattutto nella letteratura alpina e in scritti di naturalisti legati al Club Alpino Italiano spesso ancora oggi i massi erratici sono chiamati col termine di “trovanti”.
Oggi questi massi rimasti, considerati veri e propri monumenti dell’era glaciale, sono “protetti” da una legge regionale, ma per millenni sono stati scalpellati, sfruttati e riutilizzati come materiale da costruzione per farne are sacrificali, stele, cippi stradali, marciapiedi, architravi, stipiti di portoni, capitelli, oppure strumenti di uso quotidiano come macine per cereali o legumi in quanto la struttura di questa pietra si presta particolarmente bene a sbriciolare i vegetali.

 

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