PROVERBI E MASSIME

Turùn da Cremùna, fabricàa in Valbrùna,
né vanzaa un poeu da tùchei, l’han vendùu, a la fera da Magréi
Torrone di Cremona, fabbricato a Valbrona,
ne sono avanzati un pò di pezzetti, lo hanno venduto alla fiera di Magreglio
Più che altro una filastrocca con rima baciata

A bagnàt i pèe, ta vegnàt m’è i pùbi, gijò in Carécc
A bagnarti i piedi, diventi come i pioppi giù a Carécc (località di Valbrona)
Vecchio detto per canzonare i personaggi poco avveduti e creduloni, dove solo bagnandogli i piedi seguitavano a crescere in altezza

Qui da Visìn, una parola e poeu al fulcìn
Quelli di Visino, una parola e poi il falcetto
Con gli abitanti di Visino (dal carattere evidentemente un pò fumino) basta una parola fuori posto e tolgono l’onnipresente falcetto dalla tasca, o dietro tra la cintura ed i pantaloni, per chiudere in altro modo la discussione

Maisan l’è la Svizzera, Usich la piccola Parigi, Candalin la Siberia
Maisano è la Svizzera, Osigo la piccola Parigi, Candalino la Siberia
Maisano è la Svizzera (posto dove indiscutibilmente girano i soldi), Osigo è talmente bella da essere paragonata ad una Parigi in miniatura, Candalino è invece la Siberia (della serie … tutti sanno dov’è ma nessuno ci vuole andare)

Ga voeur tri sciuri da Milàn, per fà un puarett da Maisàn
Ci vogliono tre signori di Milano, per fare un poveretto di Maisano
Facendo riferimento al detto precedente, dove Maisano è denominata la Svizzera, ovviamente i suoi abitanti sono talmente ricchi (di soldi) che per farne uno … ce ne vogliono addirittura tre dei cosiddetti “signori” di Milano

La Madòna da Marz, l’è al vinticinch da Valbrùna
La Madonna di Marzo è il venticinque di Valbrona
La festa della Madonna di Marzo è talmente sentita a Valbrona, al punto di capovolgere la data rispetto all’evento religioso

Quant al Cornu al g’ha al capell, via la ranza e scià al restell
Quando il Corno ha il cappello, via la falce e prendi il rastrello
Quando il Corno (inteso come unico massiccio dei tre Corni di Canzo che sovrastano Valbrona) si copre di nuvole (in gergo si copre col cappello), metti via la falce (ovvero smetti di falciare i prati) e prendi il rastrello (sta cambiando il tempo e sicuramente andrà a piovere, quindi recupera l’erba tagliata

Furtunàa,‘mè un càn in gesa,al tèmp dal Santùs
Essere fortunati come i cani in chiesa, nel momento del Sanctus. (Questa grande preghiera inizia con la presentazione a Dio delle offerte -il pane e il vino- affinché le gradisca e le benedica: un’offerta al Padre attraverso la mediazione del Figlio)
E’ un’espressione ironica che sta a indicare il piovere addosso di tante contrarietà come ai cani che vengono subito cacciati dalle chiese con bastoni o altri modi decisi. Un tempo, per la sua funzione di scacciare i cani dai luoghi sacri, al sagrestano veniva dato anche il nome di scaccino. Il Tommaseo, nel Dizionario della lingua italiana, così lo definisce: “Scaccino. Chiamasi a Firenze chi per le chiese è deputato a spazzarle, aprirle e serrarle, tenere in ordine le panche, scacciare i cani (da che prende il nome) e fare gli altri minuti servigi”

A caval dunàa, sa vàrda minga in bùca
A caval donato, non si guarda in bocca
Per valutare l’età e lo stato di salute di un cavallo si controlla la bocca. Il detto vale come considerazione di tornaconto per dire che quello che ci viene dato senza richiesta o spesa va bene com’è e non si devono fare apprezzamenti sull’eventuale scarso valore dei doni

Al diavùul, al fà i pùgnatt, ma minga i cùerc
Il diavolo fa le pentole ma non fa i coperchi
Questo proverbio vuole ricordarci che le malefatte non rimangono nascoste a lungo, prima o poi vengono a galla. In definitiva vuol dire che è facile fare il male ma che è difficile nasconderlo o evitarne

Al g’ha pagura, da la sua umbriaa
Ha paura della sua ombra
Chi ha paura della propria ombra è considerato un debole, un vigliacco. Non solo non è in grado di affrontare un avversario reale ma vede nemici immaginari anche dove non ci sono

Dìch pàn al pàn e vìn al vìn
Dire pane al pane e vino al vino
E’ un invito a parlare chiaro, ad esprimersi chiamando le cose col loro nome, dire le cose come stanno, evitando di raggirare il prossimo con bugie e menzogne

A la gàina ingurda, ga rciopa al gòss
Alla gallina ingorda gli scoppia il gozzo
Il proverbio è preso dal mondo animale e invita a sapersi accontentare per non correre il rischio che esagerando ci si procuri guai

Lasa stà, al càn che dorma
Lascia stare (Inteso come non svegliare) il cane che dorme
Non svegliare il cane quando dorme. Potrebbe mordere. Il proverbio esorta a non agitare situazioni che sono al momento tranquille

O da rìff o da ràff
O di riffe o di raffe
Significa ad ogni costo, in ogni modo, in tutte le maniere. Alcuni ritengono che questa locuzione derivi dallo spagnolo rifar, una parola probabilmente di origine onomatopeica che significa sorteggiare.  Altri invece dal greco riphé (lancio dei dadi) da cui il significato di lotteria con premio di un certo valore. Altri infine la ricollegano al longobardo riffi (maturo, robusto) che sarebbe anche alla base del napoletano riffa nel senso di “contesa”, “lotta”, passato poi in Toscana come sinonimo di “violenza”, “prepotenza”

Fà, uregia da mercant
Fare orecchie da mercante
L’espressione viene dall’abitudine dei commercianti di far finta di non sentire le proteste dei clienti o di sentire solo quello che fa loro comodo. Espressioni analoghe sono “Fare lo gnorri” e “Fare il pesce in barile”

Chi tuca, taca
A chi tocca, tocca
Ognuno nel corso della propria vita può andare incontro a situazioni, a volte difficili e spiacevoli, a volte fortunate. Nell’uno e nell’altro caso ciascuno dovrà rassegnarsi alla sorte che gli è toccata

Nà a Ruma, senza vedè al Papa
Andare a Roma senza vedere il Papa
Significa trascurare cose importanti, oppure non vedere la cosa più importante, non arrivare al traguardo dopo tanta fatica

Taiach la crapa, al toor
Tagliare la testa al toro
Vuol dire prendere una decisione definitiva anche se può comportare dei sacrifici. Troncare la discussione con una decisione drastica

Perdas, in un bicier d’aqua
Perdersi in un bicchiere d’acqua
Detto a chi si smarrisce facilmente nell’affrontare problemi di facile soluzione. Perdersi in un nulla

Ambasciaduur, al porta minga pena
Ambasciatore non porta pena
Il detto ricorda che non bisogna prendersela con chi porta cattive notizie. Il Manzoni, nei Promessi sposi (Cap.V), spiega quest’antica norma mettendo in bocca al podestà queste parole: “… il messaggero è di sua natura inviolabile, per diritto delle genti, jure gentium: e senza andar tanto a cercare, lo dice anche il proverbio: ambasciator non porta pena. E i proverbi, signor conte, sono la sapienza del genere umano

A bòn intendiduur, poeuch paròl
A buon intenditor, poche parole
Ad una persona intelligente e attenta bastano poche parole per capire un problema o una questione. Si usa per giustificare o attenuare la brutalità di certi avvertimenti, o per alludere a cose che vengono taciute per prudenza o riguardo. Analogo è il proverbio Chi ha orecchi per intendere, intenda, una frase che Gesù nel Vangelo ripete spesso al termine dei suoi discorsi

Carta canta e al vilàn al dorma
Carta canta e villan dorme
Si è più tranquilli quando gli accordi sono messi per iscritto. Questa verità la conoscevano anche i nostri padri latini che dicevano “Scripta manent, verba volant”: gli scritti restano, le parole volano. E’ opportuno perciò che le cose di una certa importanza vengano messe per iscritto. La carta canta, cioè dice ben chiaro ciò che le è stato affidato. Il proverbio aggiunge e villan dorme intendendo che anche un povero ignorante che non sa leggere e scrivere, se ha un foglio in mano può stare tranquillo e dormire senza pensieri

Nà per la magijuur
Andare per la maggiore
Nella Repubblica fiorentina i cittadini erano raggruppati in società dette “Arti”; di questa sette erano dette maggiori e cinque minori. Fra le Arti maggiori c’erano i giudici, i notai, gli speziali (i professionisti, diremmo oggi) e fra quelle minori coloro che possedevano un mestiere. Perciò si diceva che i cittadini più importanti andavano per la maggiore. Oggi, andare per la maggiore, significa essere noti e stimati

Fa un buus in da l’aqua
Fare un buco nell’acqua
Significa fare una cosa inutile, non riuscire in un’impresa, fallire. Un modo di dire che fa pensare a qualche sciocco o a qualche cocciuto che si affanna inutilmente a immergere la mano nell’acqua nella vana illusione che, ritraendola, ci rimanga il buco. Una fatica inutile, destinata all’insuccesso

Campa cavall, che l’erba la cress
Campa cavallo, che l’erba cresce
Invito ironico o rassegnato a cercare di sopravvivere in attesa di un evento favorevole che però è lontano, improbabile, e non dipende da noi. E per aspettative così incerte si dice in senso negativo che: Chi di speranza vive, disperato muore. La frase è legata a un racconto popolare con protagonista un uomo che cercava di portare a casa un vecchio cavallo per una strada assolata e senza erba. Il contadino cercava di incoraggiare il quadrupede, che a causa della fame camminava a stento e cercava invano qualche ciuffo d’erba, dicendogli: ”Forza, non abbandonarti, tira ancora avanti. Campa ancora finché cresca l’erba e poi vedrai che ti passerà la fame”. Non si sa se queste parole abbiano avuto successo, sono però passate nel vocabolario

Al mett su i puntìt sui i
Mette i puntini sulle i
In senso figurato vuol dire essere molto preciso, scrupoloso, pignolo, dire le cose come stanno. L’espressione è legata alla storia della scrittura. La grafìa classica, specialmente quella gotica, presentava spesso molte difficoltà nella decifrazione delle lettere i, m, n, u, fatte di tratti verticali per lo più uguali. Con l’umanesimo e con la diffusione della stampa si affermò l’uso di mettere una specie di accento acuto sulla i, che successivamente diventò un puntino, per rendere questa lettera rapidamente leggibile, specialmente quando era unita alla m ed alla n. All’inizio, da molti, questa distinzione fu ritenuta un eccesso di pignoleria. Di qui il senso figurato della locuzione

Fach al bech a l’oca
Fare il becco all’oca (e le corne al podestà)
Significa portare a termine, fare un buon lavoro, rifinire un lavoro, fare cioè un lavoretto per farla in barba a qualcuno (anticamente all’autorità pubblica). Il detto era già in uso nel medioevo, come attesta questa citazione presa da San Bernardino da Siena (Prediche volgari, a cura di P.Bargellini, 108): “La prima è scrivere, seconda è ragionare, terza è ricordare, quarta ed ultima è operare; e è fatto il becco all’oca”. Nelle note al Malmantile (I, 140 -142) il Minucci riporta la storia cantata da Francesco Cieco da Ferrara, nel poema il Mambriano: gli astrologi avevano predetto al re di Cipro Licanoro che sua figlia Alcenia sarebbe diventata prima madre che sposa. Il re per evitare questo disonore fece costruire un giardino con una torre e alte mura. Dentro a questa fortezza poteva entrare solo la governante. Un giorno durante un banchetto, un giovane molto ricco, Cassandro, figlio del conte Giovanni di Famagosta, venne a conoscenza della cosa e disse che con i soldi lui poteva fare tutto. Il sovrano allora lo sfidò dicendogli che se conquistava il cuore di sua figlia entro un anno gliela avrebbe data in moglie; diversamente gli avrebbe tagliato la testa. Cassandro non si perdette d’animo, si fece costruire una grande oca meccanica, perfetta in tutto, ma alla quale mancava il becco. Introdottosi per mezzo di questa nella torre, tra un gioco e l’altro fece il becco all’oca. Tornato davanti al re, Cassandro gli disse che sua figlia era madre prima che sposa. Per dimostrarglielo fece portare davanti al sovrano l’oca. Egli rimase meravigliato ed esclamò: “E’ fatto il becco all’oca!” Cassandro entrò dentro il grande volatile dimostrandogli come aveva fatto ad eludere la sorveglianza e ad introdursi nella torre. Il re premiò allora l’astuzia di Cassandro dandogli in sposa sua figlia incinta: “E’ da questa travestita trasformazione di Giove in cigno – scrive il Minucci – che è nato il proverbio è fatto il becco all’oca, che significa … il negozio (l’affare) è fatto o perfezionato

Aqua in buca
Acqua in bocca
Il detto è legato all’episodio di una donna che si rivolse a San Filippo Neri per chiedere un consiglio sul come comportarsi col marito di fronte agli inevitabili litigi che si verificavano tra loro ogni sera quando lui tornava ubriaco e lei non sapeva astenersi dal rimproverarlo rimediando sempre botte e improperi. Per risolvere il caso, il Santo dette alla donna una boccetta piena di liquido e ben tappata raccomandandole di metterne in bocca un po’ ogni sera quando il marito rientrava. La donna ubbidì e il marito, credendo che la moglie fosse diventata muta, a poco a poco perse la voglia di inveire contro di lei. Tornata da San Filippo per avere altro liquido, la donna si sentì dire che non si trattava d’altro che di acqua comune che la donna poteva attingere ad ogni fontana. Perciò, di fronte a situazioni difficili come quella raccontata, l’unica cosa buona da fare è quella di tenere acqua in bocca

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